• Giovanni Tronchin

Il vino di Baudelaire

Un rapporto particolare e intenso quello tra il vino e il poeta maledetto

Il parigino Charles Baudelaire (1821-1867) è letteralmente un mito della poesia mondiale che, con la sua opera maggiore Le fleurs du mal (e in particolare, al suo interno, Correspondances), ha cambiato per sempre il ruolo del poeta e la forma e la sostanza della poesia. E il vino, nella sua vita e nei suoi componimenti, scorre in abbondanza.

Se fino alla seconda metà dell'800 aveva resistito la figura del poeta vate con l'aureola, che con il suo pensiero e le sue opere dava un senso alla realtà, diventandone un interprete virtuoso e di riferimento, con Baudelaire il poeta perde l'aureola e si ritrova spaesato in una realtà che, con la seconda rivoluzione industriale di fine Ottocento, si sta trasformando molto, troppo, rapidamente. Che porta l'intellettuale a uno stato di spleen, di noia di vivere, di malessere.

Con lui nascono Decadentismo e Simbolismo come reazione al cambiamento della società e come idea di un nuovo modo di fare poesia. La ragione non basta più. Dalle rassicuranti certezze della realtà si passa all'intuizione e alla sensazione. Inizia una poesia evocativa fatta di corrispondenze fra simboli e sentimenti, fra mondo esterno e dimensione interiore. In questo modo la poesia diventa così la via privilegiata per la conoscenza, perché riesce a svelare i legami che si insinuano tra l'apparenze delle cose e i loro significati più nascosti.

Sì, ma il vino che c'entra in tutto questo? C'entra eccome... perché per Baudelaire il vino, oltre a essere un piacere, era anche una delle vie privilegiate per raggiungere nuove vette poetiche, in grado di leggere un'altra realtà, di consolarla e renderla più piacevole. Il vino è un mezzo di evasione e uno strumento di ispirazione e creazione poetica.

"E’ ora di ubriacarsi. Ubriacatevi, per non essere gli schiavi martirizzati dal tempo. Ubriacatevi in continuazione, di vino, di poesia, di virtù, come volete". Giusto per capire come la pensava.

All'interno dei celeberrimi "I fiori del male" si trova un'intera sezione dedicata al nettare di Bacco. Si tratta di un gruppo di cinque poesie intitolato proprio "Il vino", tutte ambientate in una grigia e triste Parigi, nelle quali il vino è sempre presente, con diverse funzioni, a seconda delle circostanze. Il vino è sicuramene un rimedio e l'ebbrezza è una dimensione ideale per Baudelaire. Ma soprattutto, a differenza di tanti altri autori, da Omero a Manzoni, che hanno parlato di vino nelle loro opere, con Baudelaire per la prima volta il vino diventa protagonista, si fa personaggio con una sua anima, diventando denominatore comune per una popolazione che cerca un rimedio al mal di vivere.

E allora, d'accordo con Baudelaire che il vino sta meglio in corpo che dentro una cantina, godiamoci con un calice in mano questo omaggio del poeta maledetto al vino in quanto tale:

L'ANIMA DEL VINO Dentro le bottiglie cantava una sera l’anima del vino: «Uomo, caro diseredato, eccoti un canto pieno di luce e di fraternità da questa prigione di vetro e da sotto le vermiglie ceralacche!

So quanta pena, quanto sudore e quanto sole cocente servono, sulla collina ardente, per mettermi al mondo e donarmi l’anima; ma non sarò ingrato né malefico,

perché sento una gioia immensa quando scendo giù per la gola d’un uomo affranto di fatica, e il suo caldo petto è una dolce tomba dove sto meglio che nelle mie fredde cantine.

Senti come echeggiano i ritornelli delle domeniche? Senti come bisbiglia la speranza nel mio seno palpitante? Vedrai come mi esalterai e sarai contento coi gomiti sul tavolo e le maniche rimboccate!

Come accenderò lo sguardo della tua donna rapita! Come ridarò a tuo figlio la sua forza e i suoi colori! Come sarò per quell’esile atleta della vita l’olio che tempra i muscoli dei lottatori!

Cadrò in te, ambrosia vegetale, prezioso grano sparso dal Seminatore eterno, perché dal nostro amore nasca la poesia che come un raro fiore s’alzerà verso Dio!»