• Giovanni Tronchin

Zeno Raboso e il giro a Bacari

Nono capitolo del nostro romanzo a puntate dedicato alla vita e alla formazione enologica di un lavoratore e bevitore.

(capitolo precedente)

Andare a bacari è un’usanza tipica e tutta veneziana. Significa fare un tour per le osterie tipiche di Venezia dove si può bere un’ombra cioè un bicchiere di vino, o uno spritz, accompagnato dai “cicchetti”, cioè stuzzichini. E’ sicuramente una scusa per bere, ma fare il cosiddetto “bacaro tour” è un’esperienza unica che permette di visitare la perla della Laguna in modo originale e godereccio. E poi si spende poco se si conoscono i posti giusti e meno turistici.

Pur abitando a mezz’ora da Venezia, Zeno Raboso non era mai stato un frequentatore del capoluogo veneto. Solo in età decisamente più matura, come se avesse avuto un’illuminazione, un giorno si disse “ma com’è possibile che viva vicino alla città più bella del mondo e non ci vada mai!”.

E così, a volte da solo e talvolta con qualche amico, Zeno un giretto a Venezia se lo faceva più che volentieri. Ma lui non era un tipo da mostre e musei. Solo una volta era stato alle Gallerie dell’Accademia ed era rimasto impalato quasi un’ora ad ammirare la Tempesta di Giorgione. Da quel giorno non era più entrato in nessun altro luogo di cultura e di culto, fatta eccezione per un’incursione del tutto fortuita nella basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari, dove ebbe una folgorazione quando improvvisamente si ritrovò davanti agli occhi la Madonna Assunta di Tiziano.

Per il resto per Zeno Raboso Venezia era semplicemente un giro per bacari, spesso sempre i soliti, anche se ogni tanto ne sbucava uno inedito ed era sempre una gradita scoperta.

Bisogna aggiungere che, da quando Zeno aveva iniziato la sua relazione con Ester, i fine settimana non erano più quelli di una volta. Se prima i programmi non erano mai esistiti e sabati e domeniche si consumavano anonimi al bar o sul divano, ora con Ester era cambiato tutto. Un giretto da qualche parte era diventato d’obbligo, dalla semplice passeggiata al mare alla più impegnativa escursione sulle vicine Dolomiti.

A Venezia insieme però non c’erano mai stati e quando Ester disse a Zeno che voleva andarci, lui la guardò preoccupato e rispose “basta che non mi chiedi di fare un giro in gondola come gli americani o i cinesi”. E alla fine, una domenica mattina, verso le 11, salirono su un treno regionale dalla piccola e desolata stazione del loro paese.

Il treno era praticamente vuoto e dentro il vagone non regnava un buon odore. Si accorsero che c’era un solo altro passeggero nel loro scompartimento, un individuo dall’aria bizzarra con un cappello di paglia che riportava una nota marca di sementi di granturco. In mano aveva un vecchio stereo con mangiacassette incorporato.

Guardando la coppia, il tizio infilò una cassetta e schiacciò il tasto play. Partì immediatamente, a un volume decisamente alto, una strana melodia esotica che aveva allo stesso tempo un che di caraibico, di mediorientale e di folk da sagra. Erano i Pitura Freska, un gruppo musicale che cantava in dialetto veneziano e che era diventato famoso anche a livello nazionale per una partecipazione al Festival di Sanremo alla fine degli anni 90. Non poteva esserci una colonna sono migliore per Zeno ed Ester, il loro bacari tour sembrava nascere sotto una buona stella.

Appena usciti dalla stazione vennero abbagliati dai riflessi del sole sul Canal Grande. Venezia era il solito caleidoscopio di gente, barche e bancarelle e Zeno pensò che la cosa migliore da fare fosse trovare subito un bacaro. Prese per mano Ester e con fare esperto e sicuro virò subito a sinistra lasciandosi alle spalle il Ponte degli Scalzi.

Il suo piano prevedeva un inizio di giri di ombre e cicchetti in zona Cannaregio, con prima tappa vicino al Ponte delle Guglie. Scelsero delle fette di polena bianca abbrustolita con del baccalà mantecato, accompagnato da un bicchiere di verduzzo secco. Si sedettero su un gradino che si affacciava sul Canale di Cannaregio e iniziarono a parlare di come erano andate le loro settimane lavorative, con quella leggerezza che solo quel contesto poteva permettere. Nel frattempo passò una gondola con dei turisti dai tratti sudamericani che li guardarono sorridenti e gli scattarono anche una foto. Zeno ed Ester erano insieme da pochi mesi e si frequentavano soprattutto durante i fine settimana. Il loro era un rapporto fra due persone mature che non riuscivano a lasciarsi andare, nonostante amassero entrambi il vino e il suo effetto disinibitorio.

Nel frattempo il loro tour stava proseguendo e iniziarono ad avvicinarsi alla zona calda dei bacari, Rialto, la preferita di Zeno. Si ritrovarono tra il Canal Grande, la Pescheria e il Ponte di Rialto in mezzo a una folla di gente variopinta e allegra che consumava aperitivi a rotta di collo tra un’osteria e l’altra, tutte vicine e affollate.

L’atmosfera era festosa e a un certo punto ci fu un boato di meraviglia quando un bellissimo uccello planò e atterrò nel mezzo del campiello. Qualcuno brandendo uno spritz esclamò “E’ l’araba fenice, simbolo di morte e rinascita!”. Un altro, con un cabernet e una polpetta, commentò “Xe’ imbriago sto qua, xè un airone”.

Zeno ed Ester guardarono l’airone che spiccò il volo e andò a posarsi sul tetto del Ponte di Rialto. La magia di Venezia è eterna, proprio come il mito dell’immortale fenice.

(continua)