• Giovanni Tronchin

Zeno Raboso e la Laguna di Orbetello

Venticinquesimo capitolo del nostro romanzo a puntate dedicato alla vita e alla formazione enologica di un lavoratore e bevitore.

(capitolo precedente)

Per Zeno Raboso la laguna è sempre stata un habitat naturale. La preferiva di gran lunga alle affollate e assolate spiagge della riviera. Per lui era un'oasi e un rifugio dell'anima. Distava da casa sua non più di dieci chilometri e, ogni tanto, che fosse mattino presto o tardo pomeriggio, adorava farsi un giro ai bordi della laguna veneta, ammirando gli uccelli in volo, le leggere barchette di pescatori solitari e, sullo sfondo, lo skyline dei campanili di Venezia, Torcello e Burano. Gli piaceva, tutto sommato, anche vedere gli aerei che si apprestavano all'atterraggio all'aeroporto Marco Polo.

Ci andava sempre da solo. Poi, da quando era iniziata la relazione con Ester, ci andavano insieme, dopo il lavoro, con un cesto fornito del necessaire per l'aperitivo: due calici, bottiglia di prosecco, pane, salame e formaggio.

Da bambino Zeno ci andava con suo papà, che gli raccontava storie popolari sull'origine della laguna e sui suoi primitivi abitanti. Era rimasto folgorato dalla storia degli Unni e del loro leggendario capo, Attila. Questo re barbaro, famoso per essere stato un'ira di Dio, un devastatore e un violento, a Zeno in realtà piaceva molto perché a lui si attribuisce la fondazione di Venezia nell'estate del 452 d.C. Cioè non la fondò direttamente Attila, ma fu causa diretta della sua origine. Infatti, dopo aver resistito per mesi all'assedio degli Unni, molti abitanti di Aquileia, Padova e di altri centri rasi al suolo dagli uomini di Attila, fuggirono e si rifugiarono nelle isole della laguna. I padovani, in particolare, colonizzarono Rialto, il primo nucleo della futura Venezia, che scelsero proprio per ragioni difensive essendo, come rivela il nome, in una posizione più sopraelevata (rivus altus).

Mentre Zeno sorseggiava in compagnia di Ester un freschissimo prosecco contemplando il tramonto rosa sulle barene*, il suo telefono squillò. In un attimo l'atmosfera sognante venne annientata dalla telefonata di Anacleto, il suo capo, che gli comunicava che il giorno successivo lo aspettavano per un intervento urgente in un hotel a Capalbio. Oltre cinque ore di strada, sperando nella clemenza del traffico a Bologna e a Firenze.

E così Zeno partì al mattino presto, quando in paese c'era già un po' di via vai di persone che stavano allestendo il set della ricostruzione di una famosa battaglia sul Piave avvenuta durante la Prima Guerra Mondiale. Era da un po' che aveva preso piede la moda delle rievocazioni storiche. C'era sicuramente molta strumentalizzazione politica in queste forme di intrattenimento popolare. Il tutto ovviamente ammantato dal sedicente valore culturale del recupero delle tradizioni locali. A Zeno queste manifestazioni di campanilismo sapevano anche di patriottismo e nazionalismo che non rientravano minimamente nelle sue corde e, anzi, gli sembravano del tutto anacronistiche. Lui preferiva le classiche sagre con annesso lo stand gastronomico, quindi l'idea di partire per Capalbio e perdersi la rievocazione storica non gli dispiaceva affatto. Zeno era sempre stimolato dalla curiosità di vedere e conoscere persone e luoghi nuovi.

Il viaggio fu lungo e a Bologna, a causa del traffico intenso, Zeno rimase fermo in autostrada per oltre mezz'ora. Nel suo furgone, seduto al fresco dell'aria condizionata, Zeno trovò una radio locale che passò, una di seguito all'altra, una canzone di Luca Carboni e una di Lucio Dalla. Ascoltandole, a Zeno venne in mente quando, ventenne, andò a trovare dei suoi amici che frequentavano l'università a Bologna. Fu un weekend di pazzie e di incontri fuori dal comune e si ricordò dell'infinita camminata fino a San Luca per smaltire la sbornia del giorno prima. Ed eccolo lì il Santuario della Madonna di San Luca, ben visibile anche dall'autostrada con il suo stile barocco.

Mentre Zeno guardava i colli bolognesi con un sorriso malinconico, il traffico si sbloccò e finalmente il suo viaggio proseguì spedito fino in Toscana. Entrando nella Maremma grossetana dalla strada Aurelia, Zeno si ritrovò alla sua destra l'Argentario e le tre strisce di terra che lo collegano alla costa. Da una parte le colline e dall'altra una riviera dalla natura peculiare e dalla bellezza che sembrava ammiccare, col luccichio del sole sul mare, in modo complice a Zeno, come se si conoscessero. E Zeno avvertiva chiaramente questa strana sensazione, tanto da chiedersi il perché si sentisse così attratto da quel luogo. Poi, quando vide alcuni cartelli stradali, capì. C'era scritto Laguna di Orbetello, Laguna di Ponente, Laguna di Levante e Lago di Burano.

Ma certo, ora era tutto chiaro, era il richiamo della laguna quel senso di familiarità che provava per quei posti.

Era ormai mezzogiorno passato, mancava pochissimo a Capalbio, ma stanchezza e fame prevalsero e Zeno decise di fermarsi a Orbetello per pranzare. Parcheggiò il furgone e fece due passi per cercare una trattoria, quando vide un'insegna che indicava la tavola calda del circolo dei pescatori. Come Zeno entrò fu amore a prima vista. Il cameriere lo accompagnò a uno dei tavoli all'esterno, proprio di fronte alla laguna, uno spettacolo!

"Ma sembra di essere a Venezia!" esclamò Zeno. La Laguna di Orbetello gli ricordava effettivamente la magia dei riflessi di quella veneta. C'erano anche delle barchette che sembravano delle grossolane gondole, che ondeggiavano dolcemente sull'acqua, legate al pontile.

Mentre aspettava la frittura di paranza, Zeno si alzò con un bicchiere di Ansonica e si avvicinò alla riva. Si ricordò dei giri che da bambino faceva con suo padre vicino alle barene e, per un attimo, gli sembrò di scorgere su una barca a remi Attila e i suoi uomini.

Con un bicchiere di vino bianco fresco e la laguna, pensò, ti senti sempre a casa.

*barene: terreni tipici delle lagune, periodicamente sommersi dalle maree.

(continua)