• Giovanni Tronchin

Zeno Raboso e la Pasqua sui Colli Euganei

Dodicesimo capitolo - Pasquale!!! - del nostro romanzo a puntate dedicato alla vita e alla formazione enologica di un lavoratore e bevitore.

(capitolo precedente)


Zeno Raboso non andava a messa. Da ragazzino ci andava perché in paese ci andavano tutti. Era ugualmente credente, a modo suo. Ma un mix di pigrizia, qualche libro in adolescenza di filosofia e discorsi impegnati sentiti spesso al bar lo tenevano lontano dalle chiese. Però almeno una volta all’anno ci voleva andare. E non era a Natale. Quell’atmosfera melensa di bontà artefatta lo disturbava. Era tutto zucchero e miele per il consumismo. Zeno preferiva di gran lunga la Pasqua, anche perché con la primavera è tutta un’altra cosa. E poi, intimamente, avvertiva un’importanza superiore nel messaggio di sacrificio e salvezza collegati alla morte e risurrezione di Gesù. Ecco, a lui Gesù piaceva davvero. Era probabilmente l’unica figura religiosa che lo affascinava sinceramente, più di Abramo, Mosè e di Dio stesso. In terza media aveva scoperto Ghandi e lo aveva ammirato, ma Gesù era di un altro livello, un vero rivoluzionario. Poi il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino non lo aveva mai lasciato indifferente. Era la sintesi perfetta di pietas e di utilitarismo, l’azione giusta che procura felicità per tutti.

Non trovava nessuno, soprattutto tra i suoi contemporanei, all’altezza di Gesù, tranne Madre Teresa di Calcutta, che ormai era nell’aldilà da oltre vent’anni.

Zeno era stato cresciuto con un’educazione cattolica, ma solo per volontà della madre, dal momento che per suo papà il clero e la chiesa rappresentavano una disgrazia per la società, concetto che ribadiva spesso a suon di colorite espressioni blasfeme. Per lui era solo "gente che non ha voglia di lavorare". Zeno comunque aveva ricevuto tutti i sacramenti fino alla cresima, da ragazzino era andato a catechismo e qualche volta aveva anche letto in chiesa durante la messa. Una domenica, per sostituire un suo amico, fece anche il chierichetto, ma sbagliò tutte le operazioni e i servizi previsti, sotto lo sguardo accigliatissimo del prete. Dopo la cresima, in chiesa non si vide praticamente più.

La sua fidanzata Ester era decisamente più credente e praticante di lui. Aveva sempre frequentato l’oratorio del paese e da adolescente aveva sempre dato il suo contributo per ogni iniziativa di intrattenimento e aggregazione promossa dalla comunità.

Era la prima Pasqua che passavano insieme e, onorando il motto “con chi vuoi”, decisero che l’avrebbero trascorsa in giro, da qualche parte, evitando così anche l’imbarazzo di trascorrerla in compagnia dei genitori di uno dei due.

Zeno ed Ester si diedero appuntamento al bar il venerdì santo, dopo il lavoro, per l’aperitivo. Dovevano stabilire la meta della gita pasquale, con ovviamente un buon ristorante per il pranzo. Al secondo giro di prosecchi erano ancora in alto mare, non sapevano proprio dove andare, ma l’assist arrivò involontariamente da un’amica di Ester, che era appena entrata nel bar. Quando li vide seduti a un tavolino intenti nell’organizzazione, li salutò calorosamente e disse loro: “Siete il ritratto della dolcezza!”.

Come sentì la parola dolcezza Zeno ebbe un’improvvisa e spontanea sinapsi tra i suoi neuroni e gli venne in mente lo strepitoso Moscato Fior d’Arancio dei Colli Euganei, che da ragazzo assaggiava in generosi bicchieri quando accompagnava suo papà che, tutti gli anni in primavera, andava tra Abano e Montegrotto Terme a riempire due damigiane da 54 litri che avrebbe poi imbottigliato con la luna giusta.

“Sarà anche un vino da donne – sentenziava suo papà schioccando la lingua mentre lo beveva – ma è proprio buono questo moscato, senti che dolcezza!”. Zeno era poco più che quattordicenne e, nella confusione ormonale della pubertà, faticava a capire se gli piacessero di più le donne o quel moscato. Col tempo il moscato era decisamente sceso nella sua classifica dei vini preferiti, lo beveva raramente, solo quando, a compleanni e feste varie, suo papà al taglio della torta stappava una bottiglia di Moscato Fior d’Arancio affermando che con i dolci ci andava il vino dolce.

Così, la domenica di Pasqua, dopo la messa e dopo saluti vari e scambi di auguri sul sagrato, Zeno ed Ester salirono sulla Fiat Punto e partirono alla volta dei Colli Euganei, con un sole così splendente che fece imprecare Zeno che aveva dimenticato gli occhiali da sole. “Ma dai, almeno il giorno di Pasqua non bestemmiare – disse stizzita Ester – siamo appena usciti dalla messa!”.

In meno di un’ora si ritrovarono nella bellissima Strada del Vino Colli Euganei, in mezzo a panorami mozzafiato. Si fermarono a pranzare in un agriturismo dove Zeno, quasi a ripercorrere le orme del padre, acquistò il moscato, facendosi riempire una damigiana che si era portato da casa.

Qualche settimana dopo, informandosi sul web, con quel vino Zeno imbottigliò 72 bottiglie con tappo corona. Suo papà, quando lo vide, gli chiese se avesse controllato bene la luna, ma Zeno non rispose. Non fece in tempo ad arrivare la Pentecoste che una notte, mentre tutti dormivano, iniziò una serie di fortissime esplosioni, dei botti tremendi che fecero tremare la casa.

“La luna, la luna!!!” urlava il papà di Zeno, mentre lui, sotto le coperte, ascoltava le bottiglie scoppiare una dopo l’altra, pensando che, come sempre, era tutta colpa delle bollicine.


(continua)