• Giovanni Tronchin

Zeno Raboso e il giro di tapas a Siviglia

Ventesimo capitolo del nostro romanzo a puntate dedicato alla vita e alla formazione enologica di un lavoratore e bevitore.

(capitolo precedente)

Erano tempi nuovi, tempi diversi. Il mondo da sempre ruotava intorno ai grandi interessi geopolitici ed economici delle grandi potenze. A volte, per certi versi, sembrava che la Guerra Fredda non fosse mai finita, ma la novità era che ormai tutto passava dai social. Zeno Raboso sbirciava sulla Gazzetta dello Sport sorseggiando uno spritz, seduto all’aperto, fuori dal bar. Anche se in paese non c’era tanto movimento di persone, Zeno notava che tutti i passanti camminavano con la testa chinata sul cellulare. Anche in macchina, mentre guidavano, tutti guardavano il proprio smartphone. Nessuno rivolgeva lo sguardo in avanti, nessuno contemplava l’ambiente intorno e nessuno cercava gli occhi degli altri.

Zeno si stava convincendo che il vecchio ordine del mondo stesse lasciando il passo a un nuovo ordine e aveva la netta sensazione che non gli piacesse.

Gli unici che ogni tanto lo salutavano o gli rivolgevano la parola erano i vecchietti che a passo lento e incerto rientravano verso casa con la borsa della spesa. “Che palle!”, pensò Zeno, “qui c’è bisogno di cambiare aria, ho bisogno di una piccola vacanza, anche solo un weekend, voglio andare in un posto nuovo per sentirmi meglio”. Stava per alzarsi e andare a pagare il suo spritz, quando sentì una voce perentoria che gli chiese “Cosa bevi?”.

Era Ernesto, un suo vecchio amico di infanzia e compagno di scorribande in gioventù. Viveva anche lui, come Zeno, in paese, ancora a casa dei genitori, di cui apprezzava tutte le comodità garantite dalla premurosa mamma, la quale addirittura tutte le mattine, mentre il figlio consumava la colazione, metteva in moto la sua automobile e gliela portava fuori dal garage, parcheggiandola in strada in direzione ufficio.

“Ciao Ernesto, in realtà me ne stavo andando, ma a questo punto prendo un altro spritz!”. Ernesto nel giro di pochi minuti tornò da Zeno con due calici pieni e colorati, dicendogli che stava aspettando Paolo, un altro loro amico, che era un po’ giù perché si era separato da poco dalla moglie. Si erano dati appuntamento per organizzare un weekend da qualche parte, anche all’estero se possibile. Magari una bella capitale europea o una divertente località di mare.

L’idea stuzzicò subito Zeno che, senza rendersene conto, si ritrovò con il terzo spritz in mano a ricordare i tanti aneddoti sulla loro infanzia in comune. Scoprirono così che tutti e tre avevano una gran voglia di evasione, di farsi un giro fuori dai soliti giri, di vedere persone nuove. Forse a Zeno serviva anche un fine settimana senza Ester, a volte la distanza rinforza.

Alla fine optarono per la Spagna, non troppo lontana, una lingua non così difficile e soprattutto la certezza di trovare un ambiente vocato al divertimento. Brandendo i loro smartphone iniziarono a cercare idee, spunti e soprattutto i voli. Paolo con il web era sicuramente il più scafato dei tre e infatti trovò subito delle offerte molto interessanti per Madrid e Barcellona. Trovarono anche proposte allettanti per Ibiza, ma poi i tre si guardarono dritti negli occhi, come per dire “ma che ci vanno a fare a Ibiza dei tipi da prosecchi e affettati come noi?”.

Abbandonato subito il fronte balearico, indecisi se scegliere la movida della capitale o la spiaggia di Barceloneta, sbucò all’improvviso il nome di Siviglia. L’Andalusia si palesò così nell’immaginario dei tre come una terra leggendaria ed esotica, fatta di bellissime città, di lande desertiche, di sierre assolate e di donne gitane. L’Andalusia, tra l’altro, grazie alla peculiarità del clima e del territorio, si presentava anche come una terra propensa alla viticoltura. E poi c’era Siviglia, una delle città più belle del mondo, con le sue tradizioni e la sua architettura tra il barocco e il coloniale. Inoltre a Siviglia si mangia molto bene e in questo senso è forse la città spagnola che meglio interpreta il concetto delle tapas.

Per Zeno, che viveva poco lontano da Venezia, andare a osterie per consumare cicchetti e bicchieri di vino o birra, era una condizione naturale, innata oltre che piacevole.

Dopo un paio di settimane l’aereo decollò e portò Zeno, Ernesto e Paolo a Siviglia. Avevano affittato un piccolo appartamento nel centro storico e, già dopo i primi passi in quelle vivaci viuzze, emergeva la caratteristica principale di questa città, che la rendeva simile a molte città dell’Italia meridionale, cioè la mescolanza e la convivenza tra stile arabo e cristiano.

Era fine maggio, ma il caldo era già notevole e Zeno propose agli altri due di fermarsi in un tipico bar, vicino all’immensa cattedrale. All’interno l’arredamento era tutto in legno scuro alternato a colorate maioliche. Gli servirono del Vermouth alla spina con ghiaccio, accompagnato da pane e formaggio. Zeno si affacciò in strada con il bicchiere in mano e contemplò la maestosa altezza del campanile della cattedrale, la Giralda, alta quasi 100 metri. Anche quella torre era emblematica del mix culturale di Siviglia: è costituita infatti da due corpi, quello più basso e antico che è musulmano, cui venne aggiunto qualche secolo dopo il corpo cristiano, proiettato verso il cielo.

I tre amici vagarono senza meta per la città, che a ogni passo offriva un fascino solare e inedito. Visitarono l’Alcazar e poi andarono a Plaza de España, costruita per l’Esposizione Iberoamericana del 1929 e utilizzata anche come set del secondo episodio di Guerre Stellari. Davanti alla Plaza De Toros De La Maestranza Zeno vide un bar dall’aspetto davvero autentico. Si avvicinò e provò ad ascoltare l’animata discussione di un gruppetto di anziani molto arzilli. Zeno capì che stavano parlando di tori e toreri e ogni tanto sorseggiavano un vino bianco. Zeno si avvicinò ulteriormente e provò a chiedere in uno spagnolo maccheronico che vino stessero bevendo. “Manzanilla!!” risposero in coro e a voce alta e pochi istanti dopo allungarono a Zeno un calice pieno con un piattino di invitanti tapas. “Che bianco intenso!” commentò Zeno. In effetti dietro a quel giallo paglierino c’era un vino di ben 15 gradi con un aroma pungente e secco, ma che scendeva in gola che era un piacere, sembrava addirittura leggero per quant’era beverino.

Zeno beveva e mangiava le tapas senza sosta, capendosi a gesti e con esclamazioni primordiali con quei simpatici sivigliani. Ad un certo punto sempre uno di loro gli portò un altro bicchiere urlando, come se annunciasse il nome di un calciatore che scendeva in campo, “Pedro Ximenex!”. Zeno aveva già bevuto dei vini passiti, ma questo Sherry era davvero incredibile. Ci sentiva la frutta secca e il caramello, ma soprattutto si lasciò coccolare dal sapore avvolgente e aromatico di questo nettare straordinario.

Ernesto e Paolo lo osservarono ridendosela e gli scattarono alcune foto in mezzo a quel gruppo di anziani. In effetti a volte basta farsi un giro (anche di bianchetti) per essere felici.

(continua)