• Giovanni Tronchin

Vino e letteratura: D’Annunzio, l’astemio

Il Vate non amava il vino, che compare però nella sua opera

Gabriele D’Annunzio citava spesso una frase del poeta greco antico Pindaro, “Ottima è l’acqua”. Pare in effetti che il Vate abruzzese, tra i più grandi della letteratura del Novecento italiano, fosse un "fissato" della dieta sana e fosse praticamente astemio, almeno così scrivono i suoi biografi. Anche con il cibo era molto attento. Un Cristiano Ronaldo ante litteram!


Nato a Pescara nel 1863, D’Annunzio a 18 anni si trasferì a Roma per frequentare l’università e, soprattutto i salotti buoni della borghesia e dell’intellighenzia romana, mettendosi in luce per il suo fare disinvolto e originale. Poi la grande vena poetica, le mirabolanti azioni belliche come il volo su Vienna e l’occupazione di Fiume e la sua "vicinanza" al fascismo, lo immortalarono, in quel periodo, come un super-uomo. Al quale, però, bastava anche un solo bicchiere di champagne per ubriacarsi.


Non amava il vino e non lo reggeva. In una lettera del 1912 a un amico, D’Annunzio si lamentava del fatto che il suo medico gli avesse consigliato come rimedio di bere del Bordeaux invecchiato: "ah, non esistono più i medici di una volta!"


In un certo senso associava il vino alle categorie umane più basse, probabilmente perché gli ricordava i marinai che vedeva ubriachi al porto di Pescara, quand’era bambino.


Se proprio costretto, beveva più volentieri del liquore, mentre aveva un vero e proprio debole per l’uva, il suo frutto preferito. Ma il vino lo troviamo all’interno dei suoi scritti, con una certa frequenza, ma anche qui con connotazioni negative, utili alla penna di D’Annunzio per caratterizzare cattive abitudini e azioni dei personaggi. Non mancano in questa direzione molte bellissime pagine de Il Piacere, che tratteggiano alcuni aspetti della relazione tra Andrea Sperelli ed Elena Muti.


Ritiratosi nella sua villa a Gardone Riviera, sul Lago di Garda, il famoso Vittoriale degli Italiani, vi si sarebbe dovuto fermare solo il tempo necessario alla stesura della versione definitiva dell’opera Il Notturno, ma alla fine ci rimase fino alla morte avvenuta nel 1938. Qui si narra che la sua morigeratezza con cibo e vino fosse totale e che lo portasse a imporsi digiuni fino alle quarantotto ore.