• Giovanni Tronchin

Zeno Raboso e Halloween: scherzetto o Dolcetto d'Alba?

Trentasettesimo capitolo del nostro romanzo a puntate dedicato alla vita e alla formazione enologica di un lavoratore e bevitore

(capitolo precedente)

Zeno Raboso aveva trascorso quasi tutta la sua vita sapendo che il passaggio da ottobre a novembre rappresentava tradizionalmente uno dei momenti più tristi e cupi dell'anno. Perché, oltre a entrare definitivamente nell'umido autunno, con le giornate sempre più corte e le serate sempre più nebbiose, c'erano le festività di Ognissanti e dei Morti, con giri per cimiteri e visite a vecchi parenti, profumi di vin brulé, patate dolci americane e stufe a legna.

In particolare, ricordava che quand'era piccolo suo zio Sante, fratello di sua nonna, veniva a trovarli a casa e passava il pomeriggio a mangiare castagne, a bere vino rosso e a imitare i versi degli animali per farlo ridere. Ma in realtà, soprattutto col verso del lupo e della iena, Zeno finiva per impaurirsi e fuggire in camera, tra le grasse risate dei grandi.

Era anche un periodo di passaggio nel mondo agricolo in cui era immerso il paesino di Zeno. Si aravano i campi che diventavano di colore scuro, con le zolle di terra rivoltate. E pensare che fino a pochi giorni prima la terra, dopo la mietitura, era ancora caratterizzata da colori vivaci.

Ecco, per Zeno questo periodo era il più triste perché si passava al nero dell'inverno, ma non per questo il più brutto e un po' lo associava alle sensazioni dark che gli trasmetteva una canzone che a quei tempi gli piaceva molto, Lithium degli Evenescences.

Da qualche anno però era arrivata anche in provincia una novità, a Zeno non particolarmente gradita, che aveva rotto la tradizione: Halloween. Una festa straniera, forse americana si vociferava all'inizio, quando iniziarono ad apparire le prime zucche e i bambini per strada in maschera, come a Carnevale. Zeno era un po' frastornato da questa nuova moda, che coinvolgeva soprattutto le mamme e i bambini, trasformando l'atmosfera agricola, un po' compassata e religiosa della festa del Giorno dei Morti in un grande party diffuso dal gusto decisamente anglosassone.

Sarà poi che a Zeno fin da bambino il carnevale non era mai particolarmente piaciuto, Halloween gli sembrava la classica americanata che il consumismo ci aveva imposto. Non che Zeno fosse un conservatore o un tradizionalista, ma certe ricorrenze mutuate da culture lontane dalla propria non lo coinvolgevano minimamente e, anzi, gli procuravano un certo fastidio. Rispetto ad altre contaminazioni globalizzanti, magari arrivate anche con i flussi migratori degli ultimi anni, questa le sembrava la più inutile, soprattutto nella forma che avevamo adottato con porte di casa agghindate con ragnatele di plastica e altri simboli macabri.

Però aveva indiscutibilmente conquistato la maggioranza delle persone, e anche la mamma di Zeno per l'occasione comprava diversi pacchetti di caramelle per farsi trovare pronta. Perché, in fin dei conti, era contenta di aspettare i bambini che la sera del 31 ottobre giravano di casa in casa a suonar campanelli e a pronunciare il ritornello "dolcetto o scherzetto?".

Dal canto suo Zeno, non capendolo questo Halloween, aveva cercato di informarsi sulle sue origini. E aveva scoperto che erano antichissime e che non si trattava di una ricorrenza nata negli Stati Uniti. Veniva dal mondo celtico, dall'Irlanda o dalla Scozia. Aveva radici cattoliche e il suo significato si mescolava tra religiosità, superstizione e riconoscenza alla madre terra per i frutti raccolti con i lavori agricoli. C'era anche la paura da parte di questi antichi popoli per l'arrivo dell'inverno, il timore che il cibo non bastasse e che gli spiriti malvagi arrivassero a complicare ulteriormente la vita. Per questo si travestivano, per non farsi trovare dai fantasmi o al limite per provare a confondersi con essi.

Altro che la festa di plastica che consumiamo ai giorni nostri, pensava Zeno, mentre aspettava in cucina Ester per la cena. Decise di ingannare l'attesa aprendo un prosecco col fondo, ovvero rifermentato in bottiglia. Gliel'aveva regalato un suo collega per l'ultimo compleanno, ma non l'aveva ancora aperto perché questa storia del prosecco con i lieviti che poi si depositano sul fondo della bottiglia non lo aveva mai convinto.

A Ester, invece, Halloween non dispiaceva affatto. Le piaceva quell'atmosfera di festa e di colori. Non si faceva tutte le fisime di Zeno, non le interessava la piega "commerciale" che questa festa aveva assunto ed era attratta dall'alone di mistero della cosiddetta "notte delle streghe". Anzi proprio per l'occasione, aveva organizzato con due amiche e rispettivi compagni una "Cena di Halloween" a casa loro per il weekend, ma non lo aveva ancora detto a Zeno.

Era così eccitata dall'idea di preparare una cena a tema, con piatti autunnali, zucche ovunque e addobbi spaventosi che aveva già acquistato nel capannone dei Cinesi. Quando mise Zeno al corrente dell'invito e della serata che lo attendeva il sabato, lui non fece una piega, le chiese solo il menù per abbinare i vini. Ester però non gli aveva ancora detto che aveva preso un cappello arancione da strega per tutti, da indossare a tavola.

Arrivò il sabato e l'atmosfera era elettrizzante. Ester aveva allestito un set da film horror e in cucina era tutto un ribollire di pentole. Arrivarono anche gli ospiti, tutti e quattro insieme. Tra loro c'era anche Giulio, un buontempone con la battuta sempre pronta. Si presentò a Zeno e a bruciapelo gli chiese "Scherzetto o Dolcetto d'Alba?". Aveva in effetti in mano una bottiglia di vino e Zeno lesse sull'etichetta Dolcetto d'Alba, un rosso piemontese da pasto, molto secco e profumato, tipico delle Langhe.

"Hai fatto la battuta!" commentò divertito Zeno.

Poi Giulio continuò "L'ho portato per il dessert, sai, un vino dolce....".

Zeno rimase un attimo in silenzio fissando Giulio e, questa volta, capì che non era una battuta.

(continua)