• Giovanni Tronchin

Zeno Raboso e il Ferragosto in Salento

Ventottesimo capitolo del nostro romanzo a puntate dedicato alla vita e alla formazione enologica di un lavoratore e bevitore.

(capitolo precedente)

Come ogni anno, con l'arrivo del momento delle ferie, Zeno Raboso andava in crisi. Era cresciuto in una famiglia in cui il concetto di vacanze era praticamente bandito. I suoi genitori avevano sempre e solo pensato a lavorare, a costruirsi una casa e a mettere da parte qualcosa per i figli. L’unica voce di spesa contemplata, oltre alle tasse, era sempre stata quella relativa al cibo. Ed era una voce grossa, con un certo peso. Per comprare da mangiare i genitori di Zeno non avevano mai badato a spese, era la priorità. Del resto acquistavano solo alimentari di qualità, dalle botteghe locali a gestione famigliare con produzione propria. Erano figli della civiltà contadina che aveva patito la fame prima, durante e dopo la guerra e Zeno sentiva spesso dire da suo padre “Ricorda che se anche oggi hai mangiato roba buona è merito dei contadini, oltre che di tua mamma che è una brava cuoca”.

Vivendo vicino al mare e non così lontano dalle montagne, praticamente le ferie di Zeno (sempre le due settimane a cavallo di Ferragosto) si riducevano a qualche escursione in giornata con pranzo al sacco in spiaggia oppure a prendere un po’ di fresco nei boschi. Per il resto delle giornate era un mix di belle dormite, relax sul divano, mangiate epiche e lavoretti in casa per le classiche manutenzioni trascurate durante il resto dell’anno.

Insomma, ad agosto le ferie non costituivano di sicuro un pensiero importante per Zeno. Anzi, per lui e suo papà, agosto significava solo una cosa, una tradizione antica che erano fieri di portare avanti. Ogni 2 agosto entrambi osservavano l’usanza locale di bere al mattino, appena alzati dal letto e ancora a digiuno, un bicchiere di vino bianco. La chiamavano la “Festa dei omeni” (festa degli uomini) e si fondava su un aneddoto, risalente a una data imprecisata, secondo cui la Regina d’Ungheria, in visita a Venezia, venne colta da una bruttissima febbre. Non si trovava nessun rimedio e ormai la regina stava per morire, quando come ultimo tentativo le diedero da bere un bicchiere di vino bianco e, miracolosamente, guarì. Per questo, ogni 2 agosto, Zeno faceva colazione con un bel bicchiere di vino bianco, per scongiurare i malanni e proteggere la salute.

Però questa volta, con le ferie c’era anche Ester. Era la prima estate che trascorrevano insieme da conviventi ed Ester non vedeva l’ora di andare in vacanza con Zeno in qualche bella località di mare. Aveva comunque intuito che Zeno non avesse un buon rapporto con le ferie, che le vivesse come un lusso che non poteva permettersi. E quindi non era nemmeno abituato a organizzare un viaggio che non fosse per lavoro.

Per questo una sera gli disse che non avrebbe dovuto pensare a nulla e che avrebbe pianificato tutto lei.

Zeno aveva dei parenti in Salento con i quali ultimamente Ester teneva vivi i rapporti, anche grazie ai social. Nel corso dell’ultima telefonata avevano proposto a Ester di ospitarli per le vacanze, così l’avrebbero finalmente conosciuta di persona.

C’erano esattamente mille chilometri di distanza, non pochi per la Punto di Zeno, di bassa cilindrata e senza aria condizionata. Quando Ester gli presentò il programma della vacanza in Salento, Zeno provò a obiettare per i costi che viaggio e soggiorno avrebbero comportato, ma non ci fu verso, Ester era determinatissima.

E così, la notte di San Lorenzo, con le stelle coperte dalle nuvole, partirono per affrontare eroicamente tutta la costa adriatica.

Avendo parecchio spazio in macchina, Zeno ne approfittò per caricare quattro casse di prosecco, “metti che lì non lo conoscano o non si trovi” si giustificò. Per il resto portarono poche cose, lo stretto necessario per la settimana che avrebbero trascorso a casa di zia Nuccia, che viveva in un paese dai tratti arabi, vicino alla costa jonica.

L’accoglienza e l’ospitalità furono senza pari. Per Zeno non era una novità, dal momento che in passato era già stato in Salento con i suoi genitori, ma per Ester fu un’esperienza unica e avvolgente. Non era abituata al calore umano del sud e ne rimase positivamente sbigottita.

Ma il top fu la giornata di ferragosto al mare. Zii e cugini si incontrarono qualche sera prima a casa di zia Nuccia per stilare un vero e proprio piano militare. Partenza prestissimo per accaparrarsi il posto in spiaggia e, soprattutto, quattro parcheggi all’ombra vicini per creare l’area del pranzo e piazzare tavolini e sedie. E poi seguì il lunghissimo elenco di cosa portare da mangiare: pasta al forno, lasagne, melanzane alla parmigiana, calzoni, rustici, pizza, puccia, frise, bombette, pezzetti e il tipico pollo cusutu ‘n culu; frutta e verdura a secchi, pasticciotti, vino e amari vari. Zeno ed Ester rimasero quasi impauriti dall’interminabile lista. Zeno comunque si fece coraggio e propose di portare i prosecchi nelle borse-frigo. Zii e cugini approvarono.

La vera battaglia, però, si svolse sul campo e fu veramente ardua. Cotti dal sole, dopo essere stati dalle 8.00 alle 12.00 in spiaggia a quaranta gradi costanti, la brigata si trasferì affamata al parcheggio per affrontare il pranzo. Le donne sembravano delle soldatesse in missione e, senza perdere tempo, iniziarono a distribuire porzioni giganti a tutti, spesso con il bis.

Finire tutto era un dovere e Zeno era l’osservato speciale in qualità di ospite. Con Ester i parenti decisero di non infierire, lasciandola mangiare quello che si sentiva. Era pur sempre una donna magra del nord, più di tanto non si poteva insistere. Ma Zeno avrebbe dovuto mangiare tutto. E Zeno comunque mangiava. Del resto era tutto buonissimo, ma sentiva che stava esagerando, che stava per scoppiare. Fece il bis di tutte le pietanze, anche del melone e del pasticciotto. Sudava copiosamente e beveva continuamente prosecco, con la speranza che le bollicine lo aiutassero a digerire. Ma non andò proprio così.

Il gas del prosecco gli gonfiò ancora di più la pancia sudata che, quando incontrò un inaspettato filo di aria fresca, provocò un istantaneo bisogno di andare al bagno. Zeno col terrore negli occhi si guardò intorno per individuare una toilette e, a circa duecento metri di distanza, vide il classico bagno chimico da cantiere, nel mezzo di un piazzale di cemento deserto e assolato. Zeno, senza proferire parola, si avviò come uno zombie verso il gabbiotto di plastica, dove qualcuno con lo spray aveva scritto goliardicamente “Sforza Lecce”.

Zeno era stremato, non ce la faceva più, ma quando aprì la porta lo accolse un totale sconforto per lo spettacolo osceno e l’odore nauseabondo.

Si fece coraggio e, per non entrare a contatto con nessuna superficie, assunse una posizione sospesa impossibile, che ricordava la medaglia d’oro di Yuri Chechi agli anelli alle Olimpiadi di Atlanta del 1996.

E ancora una volta, mentre andava incontro al suo destino, Zeno Raboso sospirò, pensando che alla fine è sempre colpa delle bollicine.

(continua)