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  • Immagine del redattoreGiovanni Tronchin

Zeno Raboso e la scampagnata del 25 aprile

Cinquantatresimo capitolo del nostro romanzo a puntate dedicato alla vita e alla formazione enologica di un lavoratore e bevitore

Quell'anno la Pasqua cascava bassa, ma dalle parti di Zeno Raboso la primavera aveva già dato un generoso e inaspettato assaggio del suo tepore. La natura intera si era risvegliata da un inverno, anche se non molto freddo, comunque lungo. E si era risvegliata pure la voglia di stare all'aperto, di organizzare scampagnate alla scoperta di borghi caratteristici e di picnic a contatto con la natura.

Zeno Raboso era sempre stato un sostenitore del picnic. Era una formula di pranzo en plein air a lui congeniale, sin da bambino. Ricordava sempre con piacere la gita a San Marino con il gruppo del coro della chiesa, finita con un'epica bevuta e cantata non prettamente religiosa sotto dei peschi in fiore. In generale aveva continuato a coltivare questa passione nel periodo scolastico fino a conservarla anche in età adulta.

Il debutto stagionale dei picnic era tradizionalmente fissato per il giorno di Pasquetta, il lunedì dell'Angelo. Dopo gli elaborati e sontuosi pranzi della domenica di Pasqua, spesso in famiglia e con parenti, la Pasquetta rappresentava una fuga leggera e spensierata, fatta di un pranzo frugale all'aperto, accompagnato da passeggiate e altre attività digestive come calcio e pallavolo su campi improvvisati. Zeno ricordava dei lunedì di Pasquetta memorabili, spettacolari grigliate sulle grave del Piave, su quei lembi asciutti del greto del Fiume Sacro alla Patria, dove, tra sassi e terra battuta, si allestivano dei veri e propri stand enogastronomici. E poi c'era sempre chi, audace di natura o per qualche bicchiere di troppo, puntualmente dopo pranzo, a stomaco pieno, rischiava la vita tuffandosi nelle gelide e cristalline acque del Piave.

Ma quell'anno la Pasqua cascava bassa, come si era detto nell'incipit. E se c'era stato un assaggio prematuro di primavera, una gelata aveva poi ridimensionato speranze e temperature. Dal giovedì santo un cielo plumbeo e il freddo avevano scoraggiato qualsiasi iniziativa all'aperto e a Pasquetta aveva addirittura diluviato per l'intera giornata. Zeno ed Ester, la sua compagna, avevano consumato la settimana santa davanti alla televisione, alimentando in continuazione la stufa a legna.

Zeno non ricordava Pasquette trascorse in casa, al freddo, senza la solita compagnia degli amici di sempre. Ester era meno avvezza alle scampagnate, ma anche lei avvertiva un filo di malinconia, attenuata solo da un pensiero, mutuato ormai come un mantra dal film Il Corvo: "non può piovere per sempre".

"Speriamo che il tempo sia bello per il 25 aprile, bisogna recuperare la scampagnata che ci siamo persi oggi" sentenziò serafico Zeno la sera di Pasquetta, prima di andare a letto.

E così fu, in effetti.

Le previsioni per l'ultima settimana di aprile promettevano sole e temperature elevate, da tintarella assicurata. Zeno Raboso e i suoi amici avevano organizzato un picnic con grigliata in riva al Piave, in un posto chiamato dalla gente locale "la spiaggetta", famoso per essere il luogo in cui, durante la Prima Guerra Mondiale, venne ferito lo scrittore americano Ernest Hemingway, che arrivò sul fronte del Piave come volontario della Croce Rossa Internazionale. Ma la maggior parte degli amici di Zeno conosceva "Hemingway" solo come nome di una piccola discoteca di musica commerciale verso le spiagge, nota per essere territorio di facile conquiste di turiste tedesche durante l'estate. Comunque tutti erano concentrati sulla grigliata del 25 aprile, con una precisa suddivisione dei compiti: chi doveva pensare al vino, chi alla carne, chi alla griglia, chi a tavoli e ombrelloni, chi alla musica, chi al pallone...

Bisogna specificare che, quando si tratta del 25 aprile, dalle parti di Zeno, più che della festa nazionale della Liberazione, si pensa alla festa di San Marco, patrono di Venezia e del Veneto, martirizzato proprio il 25 aprile. Ma non perché ci sia un qualche risentimento nei confronti dei partigiani o per qualche nostalgia del fascismo, anche se di fascisti ce n'erano eccome tra i compaesani di Zeno. Non a caso San Marco è anche patrono di Latina, terra di bonifiche del Duce. Ma non è questo il motivo per cui il 25 aprile dalle parti di Zeno si parla più di San Marco che dell'anniversario della liberazione dell'Italia dal nazifascismo.

Il rapporto di Venezia con San Marco, l'evangelista, è praticamente millenario, parte dal lontanissimo 828 d.C., quando le sue reliquie furono rubate ad Alessandria d'Egitto e portate a Venezia da due mercanti lagunari. Si narra addirittura che, per aggirare i controlli degli arabi, i resti del Santo furono avvolti nella carne di maiale, inavvicinabile per i musulmani.

Le reliquie furono accolte con grande entusiasmo dai veneziani, anche perché, secondo la tradizione, San Marco avrebbe evangelizzato, mentre era in vita, la popolazione veneta... con risultati non del tutto soddisfacenti, visto l'intercalare tipico di queste parti!

Per la grigliata, al mattino partirono per la spiaggetta cinque macchine, tutti maschi. Le donne sarebbero arrivate più tardi, per i lavori di rifinitura. Allestirono tutto rapidamente, con un'organizzazione da campo militare. Alcuni andarono nel boschetto a procurare la legna da ardere e, soprattutto, a cercare l'ingrediente fondamentale per la festa di San Marco, i bruscandoli, ossia i germogli di luppolo selvatico che somigliano agli asparagi selvatici, pur non essendo la stessa cosa. Con i bruscandoli si prepara la frittata, piatto primaverile per eccellenza della festa di San Marco.

Ormai era tutto pronto e si attendeva solo l'arrivo delle donne con le cose secondarie, come la verdura e le posate. Ma in realtà Zeno e compagni non erano così aridi e accolsero le ragazze con una trovata avanguardista. Issarono tra gli alberi uno striscione che recitava "Siamo fatti della stessa sostanza del prosecco" e, rievocando un'antica tradizione legata a San Marco e ai Cavalieri della Tavola Rotonda, porsero alle donne, al loro arrivo, un calice di prosecco con dentro una rosa rossa, il cosiddetto "bòcolo (bocciolo) di San Marco".

(continua)

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