• Giovanni Tronchin

Zeno Raboso e la scoperta dei vini del Garda

Diciassettesimo capitolo del nostro romanzo a puntate dedicato alla vita e alla formazione enologica di un lavoratore e bevitore.

(capitolo precedente)

Quando, da bambino, il cielo minacciava temporali, Zeno Raboso sentiva sempre sua nonna dire con tono pietoso "Speriamo solo che non arrivi dal Garda, perché altrimenti...". In effetti, in quella zona del Basso Piave dove viveva Zeno, se il temporale sopraggiungeva da ovest, era sinonimo di tempesta e danni all'agricoltura. Il cosiddetto Gardòn era visto da sua nonna come uno tsunami, anche se poi a Zeno sembrava un temporale come gli altri, magari con il cielo più scuro del solito. Così nell'immaginario di Zeno il Garda era la terra dei temporali. In realtà il lago più grande d'Italia lui non lo aveva mai visto, non c'era mai stato.

Ne aveva sentito parlare sempre dagli amici del bar, che c'erano stati per le vacanze estive e raccontavano delle bellezze del lago. Dai vari resoconti Zeno si era fatto un'immagine di un posto idilliaco, incantevole, una specie di Eden che, prima o poi, avrebbe assolutamente dovuto visitare.

Una volta ci era arrivato molto vicino quando, durante le scuole medie, era andato in gita di classe a Bolca, al museo dei fossili. Non ricordava molto di quell'escursione, gli erano rimasti dei flash di immagini di pesci fossilizzati dentro a delle pietre e non capiva perché ci fossero dei pesci in una zona premontana, con i monti della Lessinia a due passi.

Perciò, quando il suo capo Anacleto gli disse che doveva partire per risolvere un problema a Peschiera del Garda, Zeno fu preso da un moto di compiacimento. Finalmente avrebbe visto il Benaco, così i Romani denominava in latino il lago.

Partì col suo furgone attrezzato e, nel giro di un'ora e mezza, raggiunse l'hotel dove era richiesto il suo intervento e dove avrebbe anche pernottato. Non appena uscì dal casello dell'autostrada, percorrendo un ponte sopraelevato, il suo occhio venne immediatamente catturato dalla bellezza del paesaggio. "Guarda!" esclamò, forse proprio come avevano fatto i Longobardi la prima volta che arrivarono da queste parti e videro il lago, chiamandolo appunto Varda.

Suggestivi riflessi accompagnarono Zeno per l'intero tragitto fino all'hotel, che si trovava praticamente a pochi metri dalla riva del lago. La zona era piuttosto affollata di turisti stranieri e per strada era un continuo susseguirsi di bolidi sportivi costosissimi. A Zeno sembrava di essere in vacanza, nonostante fosse lì per lavoro.

Fortunatamente la riparazione si rivelò una faccenda piuttosto semplice e sbrigativa. Zeno finì il suo lavoro così presto che sarebbe tranquillamente potuto ripartire per rientrare a casa in serata entro un orario accettabile. Avrebbe anche dovuto incontrare Ester per questioni organizzative legate alla loro imminente convivenza. Ma l'atmosfera di quel posto era davvero unica e invitante e alla fine Zeno, senza troppi indugi e sensi di colpa, decise di fermarsi. Voleva approfittare di quella trasferta per approfondire la conoscenza del Garda, era un'occasione da non sprecare.

Dopo essersi rinfrescato e cambiato, scese dalla sua stanza dell'hotel e si avviò verso la reception. Voleva chiedere qualche suggerimento su cosa fare e visitare e la ragazza al bancone prontamente gli disse che, se la cosa fosse risultata di suo interesse, proprio fuori l'hotel stava partendo una navetta di turisti tedeschi per una visita guidata con degustazione presso una nota cantina locale. La ragazza non fece nemmeno in tempo a chiedergli se volesse unirsi alla comitiva, che Zeno era già salito sul pullman.

La guida parlava solo in tedesco, pur essendo italiana. Era una bella signora tra i 55 e i 60 anni, dall'aspetto serioso e fece capire subito a Zeno di non apprezzare le sue battute in italiano e le sue domande piuttosto scontate. Incassato il colpo, Zeno capì che gli conveniva starsene zitto e godersi comunque il fuori programma. In effetti lo scenario era talmente incantevole che poteva anche fare a meno delle parole. Ad un certo punto, mentre si trovavano in mezzo a un vigneto, vennero distribuiti dei calici di vino bianco e Zeno riuscì ad accaparrarsene due. Dai discorsi carpiti qua e là, sentì che si trattava di un Lugana e Zeno bevendolo pensò che era uno dei bianchi fermi più buoni che avesse mai provato.

Poi passarono a un rosato: Chiaretto del Garda sentì dalla voce della guida. Il profumo delicatissimo, floreale, fruttato lo rapì e Zeno rimase per qualche istante a godersi estasiato il panorama del lago. Poi venne destato dal brusio della comitiva che commentava probabilmente quello che raccontava la guida. Sembravano tutti molto interessati.

"Non hai capito niente, vero?". La voce era del magazziniere che aveva capito, osservandolo, che Zeno non c'entrava nulla con quel gruppo teutonico.

"Comunque sta spiegando perché il Chiaretto è definito il vino di una notte. Perché praticamene le uve vengono pigiate delicatamente e le bucce restano dentro solo poche ore, non più di una notte, in modo da ottenere la tipica colorazione rosa tenue".

Il vino di una notte... allora Zeno pensò che con quel vino avrebbe brindato con Ester la prima notte nella loro casa nuova, magari al chiar(etto) di luna.

(continua)