• Giovanni Tronchin

Zeno Raboso e quel ramo del lago di Como

Ventitreesimo capitolo del nostro romanzo a puntate dedicato alla vita e alla formazione enologica di un lavoratore e bevitore.

(capitolo precedente)

Zeno Raboso era un lupo solitario. Non si poteva dire comunque che non fosse anche un tipo di compagnia, gli piaceva scherzare e aveva la battuta sempre pronta, soprattutto dopo qualche bicchiere in corpo. Ma sostanzialmente trascorreva molto tempo da solo. Anche nel fresco rapporto di convivenza con Ester tendeva a immaginarsi più single che accompagnato, e non perché desiderasse in cuor suo avere il via libera per uscire con altre donne. Era tendenzialmente un individualista, fortunatamente non egoista. E pure la sua condizione lavorativa rispecchiava pienamente la sua indole. Lavorava sempre da solo. Erano il suo furgone e lui. Raramente gli era capitato di lavorare o andare in trasferta con Anacleto, il suo capo, o con un altro collega. Le missioni speciali erano tutte ed esclusivamente sue. E così passava ore ed ore in furgone da solo lungo le strade d’Italia.

Le pause pranzo le consumava al tavolo da solo, osservando le altre persone, oppure guardando la televisione o leggendo qualche quotidiano. Aveva da poco un cellulare di ultima generazione per poter vedere in qualsiasi momento le email e per scaricare documenti e istruzioni legati ai suoi interventi. Glielo aveva comprato Anacleto, raccomandandosi di non sprecare tutti i giga sui social. Ma Zeno non era un nativo digitale, sul web ci bazzicava poco, usava al limite Youtube per i video tutorial di montaggi o riparazioni o per ascoltare i suoi brani musicali preferiti che non passavano mai alla radio. Non era nemmeno iscritto ad alcun social network, quindi il cellulare in realtà lo teneva quasi sempre in tasca. Se si trovava seduto da solo al tavolo di un bar o ristorante ad attendere l’ordinazione, non gli veniva minimamente in mente di tirar fuori lo smartphone e iniziare a scrollare pagine di news, gossip e foto varie. Si era però accorto che, in particolare negli ultimi anni, le persone ormai non facevano altro che fissare lo schermo dei cellulari, in qualsiasi situazione, che fossero da soli o in compagnia.

Per questo, tutto sommato, Zeno in realtà si sentiva meno isolato degli altri. La sua era una solitudine naturale, mentre quella della stragrande maggioranza della gente era artificiale, indotta dalla nuova e fredda forma di dipendenza da smartphone.

Zeno era in completo relax, disteso sul divano di casa, mezzo addormentato e stanco dalla giornata di lavoro che si era lasciato alle spalle. Improvvisamente il suo cellulare squillò. Era Anacleto: “Ciao Zeno, scusa il disturbo fuori orario, ma tanto uno come te non dorme mai. Ti annuncio che domani ha una bella trasferta, c’è bisogno di un tuo intervento urgente in zona VIP!”.

In che senso?” rispose Zeno, ancora intontito dal pisolino.

Lago di Como – riprese Anacleto – precisamente a Mandello del Lario, ramo di Lecco, dove producono da cent’anni le mitiche Moto Guzzi. Ma non devi andare alla fabbrica delle moto, c’è un problema in un’azienda tessile, comunque troverai tutto scritto sui fogli che ti lascio in furgone. Allora buon viaggio e buon lavoro e, se vedi George, salutamelo! Ahahahah!!”.

George?” si chiese Zeno, pensando a chi potesse essere.

Partì l’indomani mattina presto. Zeno non aveva mai visitato quelle zone e mentre viaggiava in autostrada provava a immaginare la rinomata bellezza del Lago di Como. Pur non essendoci stato, gli era comunque capitato di vedere qualche servizio televisivo e delle copertine di riviste di viaggi. Gli era soprattutto rimasto impresso il fatto che, oltre ad essere considerato uno dei luoghi più belli d’Italia, fosse gettonatissimo dagli americani. Molti statunitensi, tra cui anche divi hollywoodiani, si stavano comprando bellissime ville in riva al lago, con approdo privato per uscire con potenti motoscafi a solcare quelle fredde e dolci acque.

Mentre si avvicinava in terra lariana, macinando chilometri in autostrada, Zeno si chiedeva se attorno al Lago di Como ci fossero vigneti e se ci fossero dei vini locali interessanti.

In realtà, già in epoca romana e poi durante il medioevo c’era un’importante produzione di vino destinato alla zona di Milano. In quell’area la viticoltura ebbe un certo rilievo fino all’Ottocento e anche il grande scrittore russo Tolstoj testimoniò che al Lago di Como ci si poteva curare con delle terapie a base di uva. Proprio dall’Ottocento, però, ebbe inizio in tutta la zona un vero e proprio declino della viticoltura, per lasciare spazio alla coltura dei gelsi per l’allevamento dei baci da seta. Non a caso l’industria tessile è tuttora uno dei settori più importanti dell’economia locale.

Perso tra i suoi pensieri, Zeno era quasi arrivato e quando, uscendo da una galleria, si trovò all’improvviso davanti tutta la bellezza del lago, non riuscì a fare a meno di declamare, con tono solenne, i celebri versi di Manzoni: “Quel ramo del lago di Como…”, giusto le prime sei parole, articoli e preposizioni incluse, del famoso incipit dei Promessi Sposi, le uniche ricordava.

Alla radio stava passando una canzone folk-rock in dialetto locale, con una musica molto coinvolgente. Era di un cantante della zona, Davide Van Des Sfroos, che si era esibito con quella canzone addirittura a Sanremo una decina di anni prima. Parlava di Yanez de Gomera, personaggio della saga dei Pirati della Malesia di Salgari, immaginato in vecchiaia insieme con i suoi leggendari compagni di ventura a godersi la pensione sulla Riviera Romagnola.

Come sembrava tutto naif a Zeno, che, visto che erano le 11 del mattino e aveva sete, si fermò a un’osteria fronte lago e chiese di bere un vino fresco del posto. Mentre sorseggiava un calice schietto di Verdesa, Zeno guardava il lago con le montagne che scendevano a riva e pensò che gli americani un posto così dalle loro parti se lo sognano. Un luogo letterario incredibile.

(continua)