• Giovanni Tronchin

Zeno Raboso e la corsa podistica tra le vigne

Quinto capitolo del nostro romanzo domenicale a puntate dedicato alla vita e alla formazione enologica di un lavoratore e bevitore.

(capitolo precedente)


Zeno Raboso e la corsa podistica tra le vigne


Zeno Raboso si considerava un ex-atleta. Sin da bambino aveva giocato a calcio nella piccola società del suo paese con discreti risultati. Un classico mediano di sostanza, deciso nei contrasti e generoso nella corsa. Aveva giocato fino ai vent’anni, allenandosi con regolarità. Poi aveva sempre continuato a dare la sua disponibilità per le classiche partitelle di calcetto e per tornei amatoriali. Insomma, nonostante la pancetta, era ancora abbastanza in forma ed allenato. Per questo, quando un sabato il suo amico Silvano, patito di jogging, gli telefonò per invitarlo il giorno seguente a una corsa podistica di 15 km in provincia di Treviso, Zeno non esitò a confermare la sua partecipazione.


In realtà, proprio per tenere sotto controllo il suo giro vita, Raboso qualche corsetta se la faceva ogni tanto. Di solito percorreva la distanza di 10 km in poco più di un’ora, per cui aveva mentalmente calcolato che aggiungendo mezz’ora avrebbe concluso i 15 km. Mentre ci pensava gli vennero in mente le ore di ginnastica in terza media durante le quali cercava di mettere in mostra la sua baldanza fisica davanti alle sue compagne di classe.


Si ricordò in particolare dei Giochi della Gioventù della primavera del 1990, quando vinse la corsa nei sacchi (nella versione estrema con le gambe legate). Riuscì a spuntarla al fotofinish lanciandosi con un ultimo forte balzo prima del traguardo, che gli procurò la lussazione di entrambi gli alluci e che secondo lui è stata la causa del fastidioso problema dell’alluce valgo.


Mentre viaggiava indietro nel tempo, Zeno cercò nell’armadio dell’abbigliamento tecnico adatto alla corsa perché aveva preso seriamente l’impegno e lo dimostrò il fatto che, uscito in piazza per l’aperitivo al bar, si fermò al terzo spritz sentenziando platealmente “stasera non si beve perché domani ho la maratona!”. I suoi compaesani al bar lo guardarono perplessi chiedendogli se fosse davvero il caso, chi glielo facesse fare e soprattutto, se non fosse pericoloso.


Rientrando a casa con l’eco dei commenti da bar, Zeno telefonò a Silvano per concordare gli ultimi dettagli organizzativi dell’indomani. Silvano era gasatissimo e gli disse una cosa incredibile: “Ma lo sai che la corsa di domani si chiama Marcia del Raboso? Proprio come te? Ed è inoltre una corsa conforme al tuo stile, perché nei punti di ristoro al posto di acqua e tè caldo mettono panini col salame e bicchieri di Raboso del Piave. Più che una gara di velocità si tratta di una prova di resistenza!”.


Questa sì che è un’iniziativa che unisce anziché dividere pensò tra sé Zeno. Di solito chi corre non beve e non mangia e chi si dà ai piaceri della tavola difficilmente si mette a correre. Ma questa sembrava la sintesi perfetta e ormai non vedeva l’ora di assaporare la corsa.


E così, il mattino seguente, dopo lo sparo per dare il via, diverse migliaia di partecipanti assetati scattarono verso la prima delle tre tappe da 5 chilometri ciascuna, che costituivano l’originale ristoro antisportivo dei corridori. Si trattata di un bel tracciato che si sviluppava nella Marca Trevigiana arrivando a lambire la fascia pedemontana.

Si correva tra i vigneti, la maggior parte dei quali erano antichi e con il sistema a bellussera, ideato a fine ‘800 dai fratelli Bellussi e che prevede pali altissimi sui quali si inerpicano le viti che arrivano anche a tre metri da terra.


Zeno correva tra i larghissimi interfilari, osservando l’alternarsi di viti e gelsi. La scenografia era davvero singolare, una geometria guidata anche dai canali ricchi d’acqua che dividevano gli appezzamenti di terreno e che accompagnavano gli atleti, con un sottofondo diffuso di chiacchiere e di respiri affannati. Alla prima tappa-ristoro la corsa sembrava già finita, erano tutti fermi, taluni addirittura seduti o con una postura da bar, con in mano panino e bicchiere di vino. C’erano anche molte donne e la cosa piacque molto a Zeno, abituato più alla compagnia dei maschi. Mentre il suo amico Silvano era già ripartito da un pezzo, una ragazza un po’ più giovane si avvicinò a Zeno e gli chiese di correre insieme fino alla seconda tappa. Zeno incredulo la guardò e per vincere l’imbarazzo si bevve tutto d’un fiato un secondo bicchiere di raboso. Partì con lei tra le vigne, incespicando su una radice e imprecando.


(capitolo seguente)