• Giovanni Tronchin

Zeno Raboso, la trasferta emiliana e il vino in scodella

Quarto capitolo del nostro romanzo domenicale a puntate dedicato alla vita e alla formazione enologica di un lavoratore e bevitore.

(capitolo precedente)


Zeno Raboso e la scoperta della Ribolla Gialla spumantizzata


Ormai Zeno Raboso, nonostante la sua approssimazione sull’argomento, in paese o perlomeno nell’entourage dei suoi amici del bar si era creato una certa reputazione come esperto di vini.


Più di qualcuno aveva iniziato a chiedergli un consiglio quando si trattava di regalare una bottiglia a un amico, oppure per un giusto abbinamento al menù di una cena. E Zeno non si tirava mai indietro. Si gonfiava leggermente il petto per l’orgoglio e sfornava quei pochi nomi che si ricordava. Ovviamente non ne azzeccava molti di consigli, ma nessuno si era mai lamentato. Perché alla fine Zeno, pur bevendo tanto e ultimamente anche bene, non riusciva mai a memorizzare i nomi di vini e cantine. A volte faceva delle foto alle etichette, altre inviava dei whatsapp con i nomi, ma poi non ricordava bene a chi li avesse mandati e quindi rimaneva a lungo a grattarsi la testa cercando invano di risvegliare degli indizi tra i ciuffi dei capelli che ancora resistevano alla brizzolatura.


Così, per andare sul sicuro e per non fare brutte figure, si rifugiava sempre sui quattro nomi in croce che ricordava, un prosecco, un Chianti, un Franciacorta e un Collio. Una sera però al bar raccontò dell’ultima trasferta per lavoro nel parmense, vicino al Po, il fiume più lungo d’Italia, e si ricordò dello strepitoso lambrusco che aveva bevuto da quelle parti.


Era dovuto correre a riparare dei gruppi di pompaggio collegati a un sistema di irrigazione dei campi lungo la golena del Po. Il lavoro, come al solito, era stato più lungo del previsto e aveva finito alle sette di sera, ma era riuscito a riparare il danno con grande soddisfazione dei clienti, che poi erano gli agricoltori del consorzio locale che si avvalevano di quell’impianto per i loro campi.


Erano rimasti in dieci a far compagnia a Zeno, che a colpi di martello, alesatore e chiavi serratubi, ma soprattutto con qualche intermezzo di sacramenti e altri riferimenti sacri, era riuscito nell’impresa. Sì, perché per Zeno, che era senz’altro una persona educata e rispettosa del prossimo, le imprecazioni mentre lavorava c’erano di default e rappresentavano una vera e propria risorsa. Lo aiutavano a non perdere la concentrazione e a non perdersi d’animo. Così, quando le pompe ripartirono ci fu uno spontaneo e fragoroso applauso dei contadini.


C’era anche il presidente del consorzio, che andò incontro a Zeno con una bottiglia fresca di lambrusco e la stappò tra gli olé dei presenti. Zeno Raboso, un po’ sorpreso, sembrò rabbuiarsi mentre fissava la bottiglia tra le mani del presidente. Gli chiesero se qualcosa non andasse bene, notando il suo cambio di umore.

“No, no, non è successo niente – rispose Zeno – il fatto è che dalle mie parti lo spumante è bianco, non nero!”.


In effetti per Zeno un vino stappato in quel modo non poteva che essere uno spumante e sappiamo ormai quanto gli piacessero le bollicine. La vista di una bottiglia diversa rispetto ai suoi standard lo aveva preoccupato, figuriamoci poi quando vide il presidente versarlo in scodelle da colazione.

“Ma cosa state facendo?” - chiese Zeno quasi allucinato – “Siamo in orario da aperitivo, non da colazione!”.


Il misunderstanding si risolse in un attimo, quando gli spiegarono che dalle loro parti il Lambrusco tradizionalmente si beveva nella coppa. E allora si riprese subito. Nonostante la modalità atipica, Zeno prese presto confidenza con la coppa e rimase estasiato dai sapori e dai profumi fruttati di questo vino così fresco e armonico. Poi quando affettarono del culatello fu l’apoteosi e Zeno pensò tra sé e sé che, tra vino e affettati, era davvero capitato nella terra delle coppe.


(capitolo successivo)