• Giovanni Tronchin

Zeno Raboso e la gita al lago

Trentaduesimo capitolo del nostro romanzo a puntate dedicato alla vita e alla formazione enologica di un lavoratore e bevitore.

(capitolo precedente)

La vita di Zeno Raboso era un precario equilibrio tra lavoro, convivenza con Ester e frequentazione del bar della piazza. Il bar per lui rappresentava un mix di funzioni: edicola-rassegna stampa, public relations e rigeneranti sorsate di prosecco e spritz. Anche se travolto, come tutti, dall’ondata social e dalle notifiche sullo smartphone, per Zeno la principale fonte di news, di qualsiasi genere, era il bar. Lo viveva esattamente come gli antichi greci vivevano l’Agorà, la piazza come partecipazione e costruzione del sapere.

Se, finito di lavorare, rientrava a casa senza fermarsi al bar, gli sembrava di essersi perso qualcosa, gli ricordava quella sensazione di disagio che provava da ragazzo quando andava a scuola senza aver studiato.

Del resto, al bar Zeno aveva trascorso gran parte della sua esistenza. Aveva conosciuto e frequentato i suoi amici, aveva rivisto dopo una vita Ester, aveva discusso con chiunque di qualsiasi argomento, imparando un sacco di cose. E poi lì aveva affinato il suo rapporto con il vino, bevendone di tutti i tipi, anche grazie ai consigli dell’oste. E ora, col passare del tempo, Zeno ne sapeva senz’altro più di lui.

Il bar, inoltre, era anche il luogo delle pianificazioni. Lì con Ester aveva organizzato i primi weekend e le prime vacanze insieme. Da lì erano partite tante “missioni” con gli amici, tipo il “Bacaro tour” a Venezia, il giro sui Colli Euganei, la degustazione a Montalcino o le sagre nei paesi vicini.

Zeno si era dato appuntamento il mercoledì sera dopo cena con tre vecchi compagni delle superiori. Non si vedevano da parecchio tempo, ma erano costantemente in contatto tramite una loro chat in cui girava di tutto. Il rendez-vous era al bar alle 20.30, così si sarebbero visti anche la partita del Milan in Champions League. Da un po’ di settimane in chat, che si chiamava Quattro medie grazie!, si stava materializzando l’idea di trascorrere insieme un weekend in campeggio e alla fine decisero di andare fino in fondo e di organizzarlo veramente. Quando si incontrarono al bar si sbloccarono mille ricordi e non fu per niente facile riuscire a concentrarsi sulla gita. Come destinazione scelsero il Lago di Barcis, in Friuli. Zeno aveva una tenda militare molto grande, che sarebbe bastata per tutti e quattro, utilizzata l’ultima volta vent’anni prima da qualche Reggimento Alpini. Gli altri avrebbero pensato alle coperte, ai materassini e al vettovagliamento. Zeno comunque ci tenne a dire che una cassa di prosecco e una soppressa le avrebbe comunque portate.

La partenza era fissata per il sabato mattina, sul presto. Zeno mise a disposizione il suo furgone attrezzato per portare tutto con un unico mezzo, uomini e cose, riducendo così l’impatto ambientale. In alternativa ci sarebbero volute almeno due macchine per riuscire a caricare tutto, ma Zeno era da sempre molto attento agli argomenti legati alla sostenibilità e non ci pensò due volte a trasformare il suo furgone nel minibus della gita al lago.

Dopo brioche e cappuccino al bar, presero la strada verso nord, verso le Prealpi Friulane. Alla porta del bar l’oste li salutò urlando una raccomandazione: se avessero trovato lungo le strade friulane una “frasca” si sarebbero dovuti fermare per forza, perché portava bene. I quattro amici si guardarono perplessi e salutarono con un cenno il barista. Che poi Zeno in una frasca c’era già stato in occasione di una trasferta di lavoro a Dolegna del Collio (vedi capitolo 3), ma la storia che portasse bene gli era sfuggita.

Per strada non c’era nessuno, il popolo della pianura veneta si concedeva il meritato riposo dopo una settimana di lavoro e, soprattutto, dopo i bagordi del venerdì sera. Avvicinandosi all’area pedemontana, già in terra friulana, la vita dei paesini era pienamente in marcia e si notava molta più gente in giro.

Lungo la provinciale che conduceva verso il lago ad un certo punto spuntò un cartello con una freccia e la scritta “ Frasca: salumi, formaggi e vini di casa”. Istintivamente Zeno rallentò e seguì la freccia che portava verso una casa di campagna a qualche centinaio di metri dalla strada principale. Erano solo le nove del mattino e Zeno scambiò qualche occhiata interrogativa con i suoi compagni di viaggio. In effetti era un po’ troppo presto per un aperitivo, però pensarono alle parole dell’oste che sapevano di ammonimento. Le frasche in Friuli rappresentano una lunga tradizione: sono le case private dei contadini, che vengono aperte al pubblico per offrire a prezzi modici i loro prodotti rimasti invenduti.

Dall’ingresso dell’abitazione uscì una signora anziana con un fazzoletto in testa e un tagliere di salumi misti in mano. A ruota la seguiva il marito, con in testa un cappello e con le mani occupate da due brocche, una di vino bianco e l’altra di vino rosso. Salutarono gli ospiti con un sorriso e con un italiano un po’ zoppo li invitarono a sedersi all'aperto sul tavolo che si trovava sotto un vecchio albero di fichi.

Iniziò ufficialmente così la gita al lago e, dopo due ore, i ragazzi erano ancora lì seduti, alle prese con la quarta brocca di vino e con il frico, un piatto tipico a base di formaggio, patate e cipolla. Nel frattempo Zeno e i suoi compagni erano entrati in confidenza con i padroni di casa, che portavano avanti la campagna da anni da soli, dal momento che entrambi i loro figli si erano trasferiti per lavoro in Germania.

Tra una chiacchiera e l’altra si era fatta l’ora di pranzo e la signora disse che, se volevano, potevano fermarsi a mangiare l’anatra con la polenta. Ovviamente accettarono e continuò così anche il via vai dalla cucina di caraffe di verduzzo e refosco e Zeno, oltre a un po’ di intontimento, cominciò a sentire sempre meno reattive le sue gambe sotto il tavolo, come se fossero di cemento.

Conclusero il pranzo con il caffè nella grolla, che mise definitivamente una pietra sopra a qualsiasi velleità di riprendere la strada verso il lago. Dopo cinque ore a tavola non c’erano né le intenzioni, né le condizioni.

La signora chiese come contributo, per quella che alla fine era stata una vera maratona enogastronomica, solo 15 euro a testa, una cifra davvero irrisoria.

Zeno, con un balenio di inaspettata lucidità, raddoppiò la posta e propose per 30 euro a persona di poter piantare lì la tenda, nel loro cortile. Non ci sarebbero mai arrivati al Lago di Barcis, era evidente.

Peccato, non avrebbero visto le sue acque verde brillante, ma appesantiti e avvinazzati com’erano, la scelta giusta era fermarsi lì.

I due anziani accettarono di buon grado, contenti di avere un po’ di compagnia.

Poco dopo Zeno, mentre montava da solo la tenda, con gli altri tre appisolati sotto il fico, pensò alle parole dell’oste e si chiese se avesse fatto bene o male a fermarsi alla frasca.

(continua)