• Giovanni Tronchin

Zeno Raboso e la viticoltura eroica

Ottavo capitolo del nostro romanzo a puntate dedicato alla vita e alla formazione enologica di un lavoratore e bevitore.

(capitolo precedente)


Anacleto era il titolare della ditta nella quale Zeno Raboso lavorava ormai da 15 anni. Era un piccolo imprenditore, una delle migliaia di partite iva del Nord Est che costituivano quel tessuto economico, sociale ed umano così tipico di questa zona italiana.


Con i suoi tre dipendenti manteneva un rapporto abbastanza formale, tranne che con Zeno, probabilmente per il fatto di essere quasi coetanei e soprattutto compaesani. Ogni tanto, a fine giornata, andavano insieme al bar in piazza a bere un prosecco prima di rientrare a casa e lì continuavano a parlare di lavoro, di nuove idee e di futuro. Anche di gossip e di donne.


Zeno, al secondo giro di prosecchi, gli aveva confidato di aver iniziato da poco una relazione con una donna, Ester, ma di non averlo ancora detto ai suoi genitori, altrimenti sua mamma avrebbe iniziato subito a fargli del pressing per sapere quando sarebbero arrivati i nipotini. Meglio non creare troppe aspettative e illusioni.


Carpe diem! Disse Zeno dandosi importanza e Anacleto, guardandolo con un’espressione bovina negli occhi acquosi, pensò che era una vita che non andava a pescare le carpe, una sua grande passione. Improvvisamente una chiamata al cellulare di Anacleto ruppe quel momento di confidenza e ricordi. Era un’emergenza, Anacleto ascoltò attentamente annuendo con la testa e poi disse “Ho capito tutto, mi organizzo subito e mando il tecnico il prima possibile”.

"Rogne grosse?", chiese Zeno già rassegnato

"No, medie", rispose serafico Anacleto.


Si trattava di un guasto alla Latteria di Chiuro, in provincia di Sondrio, nel cuore della Valtellina. Doveva partire subito perché la strada era lunga e la centrale non poteva rimanere ferma troppo a lungo. Zeno aveva sentito parlare della Valtellina negli anni 90, quando sciava la più grande sciatrice italiana di sempre, Debora Compagnoni. Si era appassionato allo sci alpino con il grande Alberto Tomba, ma anche la valtellinese, con i suoi successi, era diventata un suo idolo.


Per il resto, però, non sapeva nemmeno esattamente dove si trovasse quest’area geografica. E così, dopo essere andato a casa per una doccia, preparò al volo una piccola valigia, ripassò in capannone a prendere il furgone attrezzato e partì per la nuova missione. Sarebbe arrivato tardissimo, verso mezzanotte. L’autostrada era deserta e si sentiva come Marco Polo alla scoperta di nuove rotte.


Il furgone era dotato di una vecchia autoradio estraibile con il mangiacassette. Zeno cercò una cassetta e ne trovò una tutta rossa con scritto “Viva la campana vol. 26 – Orchestra Castellina Pasi”. "Che il folk sia con me!" pensò Zeno.


Dopo diverse soste e altrettante pause caffè, finalmente Zeno Raboso giunse a destinazione, accolto da una piccola squadra di tecnici della latteria. Zeno si mise subito al lavoro tra gli sguardi fiduciosi dei valtellinesi.

Mentre Zeno lavorava si innescò via via un piacevole dialogo tra lui e i tecnici della latteria, tre uomini e una donna, tutti del posto. Subito si passò agli argomenti seri, cioè mangiare e bere. I ragazzi rimasero sbalorditi dal fatto che Zeno non avesse mai mangiato i pizzoccheri.


Ma com’è il vino da queste parti? Ne fate anche se siete in montagna?. I tecnici della latteria si guardarono perplessi. Com’era possibile che nel terzo millennio uno non conoscesse il Sassella, l’Inferno e lo Sforzato, solo per citarne alcuni. Meglio lasciar perdere. Inutile anche dirgli che è stato calcolato che mettendo insieme tutti i muretti a secco creati per tener su i terrazzamenti in cui si coltivano le vigne si coprirebbe una distanza di oltre 2000 km.


La riparazione finì a notte fonda e Zeno, esausto, venne accompagnato all’hotel dall’altra parte della strada rispetto alla latteria. Con lui c’era il responsabile della produzione, che nel ringraziarlo e nel salutarlo gli disse che lo avrebbe aspettato in ufficio in tarda mattinata per ringraziarlo come si deve. Ci sarebbe stata una gradita sorpresa.


E la sorpresa fu graditissima. Andarono a pranzare in una malga adiacente a una avveniristica cantina, inglobata in grandi terrazzamenti di vigne che sfidavano con coraggio e generosità la pendenza della montagna. Roba da veri eroi.

Il malgaro iniziò con gli antipasti portando al tavolo un tagliere di bresaola e slinzega in una mano e nell’altra una forma intera di formaggio.

“Questo lo faccio io, è il Bitto”, disse e tagliò una fetta di formaggio porgendola a Zeno.

“Da queste pari ci vuole coraggio per fare qualsiasi cosa – continuò il malgaro - anche per restare e non fare niente. In realtà noi montanari facciamo sempre qualcosa e lo facciamo per proteggere e onorare le nostre montagne”.


Dalla vigna terrazzata si dominava un soleggiato pendio con al centro uno splendido castello. Sembrava un luogo congelato nel tempo, uscito da un romanzo carolingio in cui ad un certo punto compare il valente Rolando a difendere la sua terra dai Mori. La bellezza della cartolina che ammirava Zeno dai quei filari così alti era un omaggio dell’uomo nei confronti della natura, un atto più unico che raro di questi tempi, qualcosa di veramente eroico. Ci vuole coraggio e amore per produrre vino in un ambiente così impervio.


(capitolo seguente)